Ci sono eventi che valgono
tutta una vita. La nascita di un figlio è uno di questi. Gioia, commozione, una vita che si schiude malgrado tutto. A dispetto di tutto. Per una giovane donna sieropositiva è anche questo e molto, molto di più. Eppure, malgrado i progressi della farmacologia medica, malgrado l’Hiv sia ormai una patologia “addomestica” e l’informazione sulla prevenzione dovrebbero ormai essere materia acquisita (soprattutto in ambito sanitario), a volte si ha come la sensazione che i progressi raggiunti siano una conquista precaria di fronte a chi tenacemente si rifiuta di “capire”. O che, più colpevolmente, sembra o vuole “ignorare”.
La storia di Cristina rappresenta in tal senso
un caso esemplare.
Giovane trentenne sieropositiva, già mamma di una bambina, lo scorso novembre si reca presso l’Ospedale nuovo San Gerardo di Monza per avere il suo secondo figlio: deve ricoverarsi due giorni prima del previsto per un problema di diabete gestazionale. Alle 8 della mattina
si presenta in reparto Ostetricia, a stretto digiuno, per eseguire gli accertamenti di rito. Qui ha inizio una sorta di incubo, a tratti farsa, che dovrà subire insieme al marito e ai familiari. Aspetta, seduta su una sedia, fino alle 11,30, quando un’ostetrica si presenta dicendole - ad alta voce e in presenza di altre pazienti - che p
er lei è difficile trovare posto visto che è Hiv+, e che comunque al momento verrà ricoverata
in una stanza insieme ad altre puerpere. Aggiunge inoltre che però dovrà seguire una sorta di quarantena: le verrà messo un cestino accanto al letto dove dovrà riporre il materiale infetto (garze, assorbenti e quant’altro). Cristina non crede alle sue orecchie, spera che le altre pazienti non abbiano sentito, ribatte contrariata alla sua interlocutrice che
desidera che il suo problema non sia sbandierato ai quattro venti e che si rifiuta di tenere accanto al suo letto quel genere di materiale. L’altra, per tutta risposta, va via piccata per tornare poco dopo con una siringa per il prelievo e con addosso un paio di guanti blu, in plastica pesante, lamentandosi che le fermano la circolazione, ma d’altra parte – a suo dire – “sono quelli che occorre usare per queste patologie”. Dopo poco arriva un’altra ostetrica per eseguire una visita su una delle quattro pazienti della stanza, e chiede a Cristina – solo a lei – di uscire… Al che
Cristina scoppia a piangere, telefona al marito perché vada a riprenderla, lui cerca di calmarla: chiamerà il reparto infettivi presso il quale lei è in cura. E infatti, poco dopo viene chiamata da una dottoressa e dalle ostetriche, Cristina è sconvolta, arriva anche una dottoressa del reparto infettivi. Le chiedono scusa per l’accaduto.
Punto e a capo.
Lei vuole resettare tutto, chiuderla lì perché è alla 38esima settimana, pensa al bambino e ha una fifa blu per il taglio cesareo che dovrà subire. Non le rimane che sperare che tutto vada liscio come qualche anno prima era stato alla clinica Mangiagalli di Milano. Le sue speranze avranno però vita breve. In tre giorni di degenza in Ostetricia viene cambiata due volte di letto, e al momento di andare in sala parto viene invitata a rifare le valige perché al ritorno sarà nuovamente spostata. Durante l’operazione, i medici si dimostrano fantastici anche se un’anestesista pretenderebbe di infilarle l’ago in braccio a mani nude. Lei insiste perché indossi i guanti, e un chirurgo che la sente obbliga la collega a farlo.
Nasce finalmente l’agognato e amato bambino, ma il “travaglio” di Cristina continua. Dopo il parto viene lasciata per nove ore su una barella. Quando i lettighieri la portano in camera indossano i doppi guanti e si sussurrano tra loro qualcosa nelle orecchie. Con
totale sprezzo della privacy, nella nurserie del reparto Maternità la culla del bambino viene contraddistinta prima con un cartello in cui c’è una S maiuscola e il disegno a fumetti di un virus rosso con i puntini neri e le cornina, poi con tre strani pallini (gli stessi utilizzati per indicare in codice le patologie sulle cartelle). Solo per un normale rigurgito viene portato in osservazione per un intero giorno. La cambiano ancora di stanza dandole stavolta una singola. Nel frattempo, quando le portano in vassoio del pranzo si accorge che
gli addetti indossano sempre i guanti (cautela igienica che adottano, chissà perché, solo nel suo caso), e lo stesso accade quando le rifanno il letto.
Rimane in Maternità quattro lunghi giorni, durante i quali i familiari devono sopportare insinuazioni da parte del personale, e quando – all’alba del penultimo giorno – una oss si avvicina al letto di Cristina per misurarle il polso e la pressione “debitamente” munita di guanti,
lei non ce la fa più e sbotta.
Si rifiuta di farsi toccare, e l’indomani non firma neanche le dimissioni. E come se tutto questo non bastasse, va aggiunto che dopo l’operazione nessuno le ha mai medicato la ferita: i punti le sono stati tolti al pronto soccorso al quale lei si è rivolta qualche giorno dopo perché le facevano male. Ovviamente il loro stato di cicatrizzazione era pessimo.
Cosa dire? Quali parole utilizzare per commentare l’accaduto? Tutto suonerebbe retorico. Le espressioni più appropriate ci paiono quelle della stessa Cristina, che ha voluto raccontare la sua storia a sieropositivo.it con una precisa motivazione: “Ormai per me quanto accaduto non si può riparare. Ma voglio fare di tutto perché quello che ho passato io non capiti a nessuna altra donna che scelga di avere un figlio in quel reparto. Il personale paramedico deve essere informato sul fatto che non è trattando un sieropositivo come sono stata trattata io che ci si tutela. È giusto e sacrosanto che lo facciano, ma
non ignorando le più elementari informazioni sui rischi di contagio Hiv, né tanto meno facendo passare per appestati una madre col suo – peraltro sanissimo – bambino. Ho già inviato e-mail a tutti i responsabili dei reparti, alla direzione sanitaria, sono disposta a parlare con chiunque abbia a cuore questo stato di cose. Non nutro alcuna rivalsa sull’ospedale, voglio solo che chi è a contatto con i pazienti sia messo nelle condizioni – attraverso una corretta informazione – di poter
gestire in tranquillità e sicurezza (di tutti) la sieropositività. O che, se non si è in grado di farlo, si abbia almeno l’onestà di ammetterlo non accettando un certo tipo di pazienti”.
Ci riuscirà?
Difficile dirlo. Intanto, proprio per le sue denunce e la tenacia con cui le ha portate avanti, l’ospedale ha aperto un audit sull’accaduto. Tra qualche mese se ne conoscerà l’esito.
Contributo tratto dal sito:
http://www.sieropositivo.it/area-informativa/news-dallitalia/4220-una-storia-che-non-si-deve-ripetere.html