"Ricordarci della nostra emigrazione è, ora più che mai, d'attualità". Intervista a Mimmo Gangemi
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- 12.10.2011
Categoria: Attualità
Una saga familiare e contadina che abbraccia buona parte del secolo scorso e racconta l’Italia della fuga verso la terra promessa, aldilà del “mare Oceano”, del fascismo, delle guerre mondiali, della ‘ndrangheta e del passaggio al benessere. E’ “La signora di Ellis Island” (Einaudi Stile Libero), l’ultimo romanzo dello scrittore calabrese Mimmo Gangemi, l’epopea di una famiglia calabrese che rispecchia la storia dolorosa dell’Italia contadina che lottava per far sopravvivere i propri bambini e dar loro un futuro diverso, senza le privazioni e le sofferenze di chi dipende dalla terra. Curzio Maltese scrivendo di questo romanzo sulle pagine de “La Repubblica” ha affermato: “E’ uno dei rari capolavori della letteratura italiana della nostra epoca […] è un racconto sulla patria. Nel senso più nobile e perduto. È il racconto d'altri italiani, sempre poco narrati dalla letteratura. Nella convinzione che siano più interessanti i mostri di un carattere nazionale identificato nei soli vizi: il cinismo, l'opportunismo, l'irresponsabilità, la smemoratezza. Gli stessi personaggi e vizi che affollano ancora oggi le cronache. È una fortuna che un romanzo come questo esca proprio ora. Alla vigilia dei 150 anni dell'Unità, un anniversario che nessuno vuole festeggiare, perché a nessuno sembra che vi siano motivi per essere fieri. Dalle pagine di Gangemi si esce con un sentimento d'appartenenza, un orgoglio che nessuna sfilata o cerimonia ufficiale avrebbe mai potuto restituirci”.
“La signora di Ellis Islands” è la storia di Giuseppe, e di ogni uomo che, in fondo, ha il coraggio di deviare la rotta del proprio destino. Il suo è un romanzo che racconta la storia di diversi emigrati, della vita nelle colonie e della fatica di chi, per miseria, è stato costretto a ritagliarsi uno spazio in una nuova Terra. Perché un romanzo sull'emigrazione?
Perché ricordarci della nostra emigrazione è, ora più che mai, d'attualità, e potremmo dire che oggi Lampedusa è la nostra Ellis Islands. Il mio è un romanzo autobiografico: ho preso spunto da vicende della mia famiglia, ma sono sicuro che molti di noi hanno un parente che è emigrato nel Nuovo Mondo. Questo libro è un omaggio a mio nonno paterno che all'inizio del Novecento ha intrapreso l'avventura verso la Merica, affrontando il “Mare Oceano” - chiamandolo così confidenzialmente come se Oceano fosse il nome, per ammansirlo, lui che era un aspromontano e che il mare l'aveva solo visto ma mai “toccato” - in cerca di una nuova opportunità...
La sua è una grande saga familiare che ricorda il realismo magico di Gabriel Garcia Marquez. Come si è documentato per ricostruire i viaggi, le fatiche, le sofferenze dei migranti calabresi durante la traversata?
Internet mi ha aiutato molto nello scrivere questo mio libro corale: ho studiato i diari personali di chi ha affrontato questo viaggio, che sapeva di eroicità, perché non sempre il destino di chi partiva era certo. Mi sono documentato sulle vite degli emigrati ma soprattutto ho raccolto molte testimonianze, come quella, fondamentale, di un minatore ubriaco che, in un momento di debolezza, mi raccontò i suoi 40 anni di lavoro in miniera negli Stati Uniti. Ho seguito perciò degli spunti interessanti che poi ho riportato nel libro.
Leggendo il romanzo è inevitabile il parallelismo tra la vita dei migranti calabresi in America e quella di tanti immigrati di oggi in Italia. Com'è stato accolto il suo romanzo in Calabria e in Sud Italia, dove oggi vengono maggiormente “vissuti” gli sbarchi?
É cronaca di questi giorni lo sfogo del sindaco di Lampedusa, ma lo trovo giusto perché è una presa di posizione a fronte di inefficienze non sue né degli isolani. Quella è un'isola bellissima che improvvisamente non attira più turisti, quindi sicuramente il disagio degli sbarchi di immigrati c'è. Ma si deve anche riconoscere che il Sud Italia ha sempre coltivato uno spirito d'accoglienza e di solidarietà che è proprio delle civiltà del mare. Inoltre vorrei sottolineare come anche i nostri nonni partiti per l'America oltre all'emigrazione dovettero subito un razzismo per nulla velato. La discriminazione c'era: chi era italiano doveva affrontare mille difficoltà e veniva subito etichettato male dai locali, dagli americani, e dagli stessi italiani che erano lì e che decidevano di stare negli Stati Uniti per rifarsi una vita. Ai nostri emigrati non sono stati stesi tappeti rossi al loro arrivo in America e proprio per questo motivo noi oggi dovremmo ricordarci del nostro passato, per evitare di far vivere situazioni simili a chi arriva in Italia oggi in cerca di un futuro diverso.
Sono previste traduzioni in inglese o presentazioni in America del suo lavoro?
Stiamo prendendo contatto con le comunità italiane in America per presentare il libro agli stessi emigrati che hanno certo e trovato una nuova opportunità all'estero e oggi sono diventati cittadini americani a tutti gli effetti.
Autori: Francesca Lazzaro e Arturo Zilli