Dimissione dalle strutture di accoglienza: Rifugiati nel limbo
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- 08.11.2011
Categoria: Consulenza profughi
Nel corso del mese di settembre ci sono stati in Alto Adige i primi casi di dimissione dei rifugiati dalle strutture di accoglienza in cui erano ospitati. La dimissione è avvenuta in conformità con la normativa che disciplina l’accoglienza dei rifugiati; suscita tuttavia alcune problematiche di tipo sociale, riguardanti sia il futuro di queste persone che quello della società nel suo complesso.
Il caso è avvenuto a Merano nella Casa Arnica gestita dalla Caritas Diocesi di Bolzano – Bressanone. Casa Arnica, struttura della Caritas di accoglienza, ospita 65 richiedenti asilo, ovvero persone che hanno avviato la procedura per ottenere lo status di rifugiato. Coloro che non hanno ricevuto il riconoscimento da parte della Commissione Territoriale preposta ad esaminare le domande di asilo e non hanno fatto ricorso, non possono più essere ospitati nelle strutture di accoglienza. Sono potuti restare coloro che avevano presentato ricorso presso il tribunale competente e chi non era espellibile per gravi motivi di salute. Che ne sarà però delle persone dimesse? Non hanno documenti per lasciare il paese e quindi è facile avanzare l’ipotesi che esse soggiorneranno irregolarmente sul territorio. Di seguito si analizzano le problematiche inerenti al fenomeno.
Per queste persone esiste in realtà un’alternativa alla clandestinità, rappresentata dal Rimpatrio Volontario Assistito, ovvero dal ritorno nel proprio paese di origine su base volontaria con l`aiuto dell`Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Si tratta di un`opportunità raramente colta dai profughi ospitati in Alto Adige che forse ignorano tale possibilità o mancano di informazioni precise: probabilmente pochi sanno davvero come funziona o pensano sia solo un aiuto per il viaggio di rimpatrio. Per ovviare a tale situazione, gli operatori delle strutture di accoglienza e della consulenza profughi della Caritas si adoperano nel fornire informazioni. Nella vicina Austria, al contrario, molti si avvalgono di questa procedura, anche perché il rimpatrio costituisce la miglior alternativa all’espulsione coatta, che viene effettuata in maniera sistematica dalle forze di polizia austriache. I rifugiati in generale non hanno tuttavia alcuna intenzione di ritornare nel proprio paese perché significherebbe ritornare ad una condizione disagiata.
L`unica via percorribile pare dunque quella della permanenza illegale sul territorio italiano con tutte le conseguenze che essa comporta. L`aspetto di maggior rilievo è il fatto che le persone diventano “senza tetto”, costretti a vivere in ripari di fortuna, quali edifici abbandonati, parchi e nelle vicinanze delle stazioni ferroviarie e delle autocorriere. Il disagio creato è doppio poiché riguarda sia i diretti interessati che la società nel suo complesso che si trova a far fronte a situazioni di convivenza difficili.
La portata del disagio ci porta a riflettere sulla situazione pre - e post-clandestinità. Per mesi i richiedenti asilo sono ospitati in apposite strutture in cui la Caritas non solo offre vitto e alloggio, ma anche corsi di lingua (che in provincia di Bolzano sono sia di italiano che di tedesco) ed un rapporto umano con gli operatori. Si impiegano risorse sia in termini economici che umani, che le dimissioni sembrano vanificare.
Una volta abbandonata la struttura, le persone dimesse diventano “senza dimora” - “homeless”; si sostiene che la situazione di irregolarità sia la causa principale di “homelessness” (Tosi, http://eohw.horus.be/code/EN/pg.asp?Page=1149, 22.09.2011, “The Mediterranean Model: homeless immigrants, informal housing, illegal immigration in Italy”, European Research Conference, Pisa 16 settembre 2011). Facilmente tale condizione diventa permanente poiché è molto difficile regolarizzarsi. L’impasse che si crea è deleteria anche per la società nel suo complesso, in quanto si forma in seno ad essa una “polarizzazione tra i residenti con pieni diritti di cittadinanza e una classe di stranieri marginalizzata” (Tosi, op. cit.) senza alcun diritto civile e politico o forma di protezione sociale.
La marginalizzazione di alcuni gruppi, intesa sia in senso fisico che sociale, genera degrado, le cui prove sono concrete: persone che dormono in luoghi pubblici in condizioni igieniche disastrose e fenomeni di microcriminalità che risultano difficili da arginare. Tali fenomeni costituiscono terreno fertile per la retorica della sicurezza e dell`ordine pubblico e per la nascita di sentimenti xenofobi, i quali a loro volta fomentano un clima di insicurezza e malcontento, innescando così un circolo vizioso.
La condizione di illegalità sembra nascere dunque negli interstizi creati dallo scollamento tra l’ambito normativo e la realtà. Quali sono le soluzioni? Le organizzazioni sociali presenti sul territorio non possono offrire soluzioni sostenibili e definitive a questo problema, per il quale servirebbero misure per eliminarlo alla radice. É indispensabile invece che queste persone siano muniti di un permesso per poter iniziare un percorso di inserimento sociale.
Autrice: Lavinia Brunelli, collaboratrice della Consulenza profughi della Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone