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Artibonite, la terra del colera

by - 24.11.2010 - 1 Commenti disponibili Categoria: Aiuto catastrofi
 
Si parte all’alba per non restare invischiati nel traffico appiccicoso di Port-au-Prince. File diligenti di scolari si avviano già verso le scuole, molte ancora ospitate nelle tende dei campi per sfollati. Tutti in divisa: gonne d’ordinanza per le femminucce, con fiocchi bianchi tra le trecce. Pantaloni al ginocchio per i loro compagni. Renauld, che non è il nome dell’auto ma dell’autista, sfreccia preciso nel labirinto inquinato della capitale, che ora resta alle spalle.

Ecco comparire, a sinistra, le onde di cobalto del mar dei Caraibi. I riflessi virano sul turchese e poi d’un tratto una lastra increspata quasi verde. Viaggiamo verso il nord dell’isola, direzione Artibonite, la regione dove intorno al 20 ottobre si sono registrati i primi casi di colera. Oggi è ancora l’epicentro dell’epidemia con quasi 700 morti. Dista una novantina di chilometri da Port-au-Prince.

Attraversiamo Cabaret, cittadina dal nome curioso animata da un vivacissimo mercato. Si vendono soprattutto caschi di banane e canna da zucchero, che un tempo era l’oro dolce dei francesi. Per due secoli è stata la merce di quasi lusso che ha reso felici – e ricchi – gli sfruttatori coloniali. Ecco Saint-Marc. L’appuntamento è con la dottoressa Ximena di Lollo, argentina, responsabile del team spagnolo di Medici senza frontiere (MSF).
All’ingresso dell’ospedale Saint Nicolas un addetto ci disinfetta le scarpe. In una tenda d’emergenza montata nel cortile si effettua il triage, cioè la prima valutazione dei pazienti di colera per decidere il tipo di trattamento. La capo-missione spiega che si registrano circa 300 arrivi al giorno e 200 ospedalizzazioni. La sua voce, in francese, accompagna alcune immagini: A un mese dall’inizio dell’emergenza, finalmente a Saint-Marc è diventato pienamente operativo: un apposito centro per il trattamento del colera organizzato da Msf.

Assistiamo al trasferimento di alcuni pazienti. Vengono portati sul cassone di un fuoristrada nella nuova struttura, distante un paio di chilometri. Si affaccia proprio sul mare, che qui si chiama La Mére Cassé, perché i flutti si sono rosicchiati un pezzo di lungomare. Un signore indossa una maglietta elettorale: nessuno dei 19 candidati alla presidenza di Haiti. Stampigliato sopra, invece, un volto noto. Sì, anche gli haitiani sognano. Yes, vorrebbero farcela anche loro. Proseguiamo attraversando un ponte sul fiume Artibonite, l’untore di questa maledetta epidemia. Una donna sciacqua i panni nell’acqua semi-stagnante, tra rifiuti e un maiale pigro. Ecco perché il virus corre veloce, qui. Un paio di curve più in là, davanti a noi si spalanca la piana scavata nel tempo dal corso d’acqua. Si vedono ampie coltivazioni di riso, una delle poche risorse naturali di una zona selvaggiamente depredata nei decenni scorsi. In gran parte ormai è incolta.

Più tardi, il coordinatore della Caritas di Gonaives – una quarantina di chilometri ancora più a nord - ci spiega il percorso del contagio. Dal fiume Artibonite, sono stati probabilmente i lavoratori stagionali nei campi di riso a propagare il colera nei loro villaggi di origine. E da lì nel resto del paese. Lungo la strada per Gonaives le casette mi ricordano quelle viste in Mali o in Etiopia. Baracche di fango e lamiera, recinti di rami secchi, ovviamente senza acqua né energia elettrica. A Gonaives troviamo la sede della Caritas, che, con l’appoggio della Caritas Svizzera, s’è messa a costruire letti d’emergenza. Quattro assi e una copertura di plastica facilmente disinfettabile. I materassi, per i malati di colera, non servono. Finora dalle mani callose e rapide di un paio di artigiani ne sono usciti 560. Il 561esimo viene appositamente assemblato sotto i nostri occhi in meno di mezz’ora, con tanto di… “firma”.

Ripartiamo verso Port-au-Prince. Ma basta uscire dalla sede della Caritas per capire che le campagne di sensibilizzazione rischiano di servire a poco. Un rigagnolo maleodorante scorre accanto alle case su una strada sterrata. I bambini, scalzi, siedono accanto alla fogna a cielo aperto. Viaggiamo in direzione sud, mentre il sole incendia di luce le palme e le studentesse di una scuola superiore appena uscita dalla lezione.
Ultima sosta a Leste, un villaggio adagiato sullo stradone per la capitale. Incontriamo Jeffrey. Parla spagnolo perché – come tanti haitiani – ha lavorato spesso nella confinante Repubblica Domenicana, che ha lo stesso cielo e lo stesso mare di Haiti, ma non la stessa povertà. Si lamenta, Jeffrey, perché in tempo di elezioni – domenica si vota per il nuovo presidente, 99 deputati e un terzo dei senatori - molti promettono e pochi mantengono. Camminiamo insieme lungo una specie di acquitrino melmoso. Con tutta probabilità sotto questo strato di acqua contaminata, il colera prolifera alla grande. Una signora anziana lava i panni. E il giovane si lamenta: così non è possibile vivere. Nessuno, dice, muove un dito per migliorare questa situazione.

Arrivando a Port-au-Prince di nuovo lo slalom nel traffico. Tra i tap-tap multicolori con le insegne tra sacro e profano e i manifesti elettorali. Soltanto profani. Ma di questo ne parliamo un’altra volta.

Emiliano Bos è un giornalista della Radio e Televisione della Svizzera italiana. Questo è il suo reportage apparso sul sito http://info.rsi.ch/home/channels/informazione/info_on_line/2010/11/23-Artibonite-la-terra-del-coleraSi.

Bos sarà a Bolzano, a Casa San Michele, nel Caffé Iris, il 15 febbraio prossimo, per presentare il suo libro “In fuga da questa terra” (ed. Altreconomia)
Artibonite, la terra del colera
 
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